L’eleganza del riccio

Pur essendo un best-seller (400.000 copie in Italia, 1 milione in Francia), che oltretutto fa parte di quelli non annunciati o programmati, ma come si suol dire dovuti al passaparola (che non è lo stesso una garanzia), L’eleganza del riccio risulta comunque un libro interessante, ben scritto e a tratti persino geniale.
La storia è nota e, per certi aspetti, finanche banale: la protagonista Renée è una sciatta portinaia che lavora in un palazzo dell’alta borghesia parigina, e che dietro il suo aspetto stereotipato e conforme al ruolo sociale che ricopre, nasconde in realtà una mente e una cultura superiori – superiori in particolare alla generalità dei condomini riccastri e con la puzza sotto il naso. Dietro la sciatteria e la trasandatezza vi sono la raffinatezza e l’eleganza di un riccio protetto ad arte dai suoi aculei (da cui il titolo-metafora che riesce ad indicare l’essenza della vicenda).
La coprotagonista, che alterna alla storia narrata in prima persona da Renée una serie di monologhi, è altrettanto improbabile, visto che si tratta di una dodicenne anch’essa filosofa, colta e con tendenze suicide, che vive infelicemente in una delle famiglie del palazzo. Bene: siamo in presenza di due personaggi-limite, fortemente inverosimili, che si mettono a filosofare, inizialmente in perfetta solitudine e che poi, ma solo per un attimo e solo alla fine , entreranno in contatto. Quel che rende credibile l’incredibile e plausibile l’implausibile è proprio il filosofare: come dice Epicuro, non c’è età, condizione o stato sociale che possa essere considerato inadatto alla filosofia.

Veniamo dunque ai contenuti – l’elemento vincente del romanzo, visto il suo intreccio minimale e la conclusione un po’ precipitosa. Mi pare che i temi più rilevanti siano quelli del significato dell’esistenza e dell’ipocrisia/incomunicabilità. Nulla di originale e di nuovo si dirà: senz’altro, ma 1) sono gli umani a ripetersi e a farsi di continuo le stesse domande; 2) la grazia e il linguaggio con cui l’autrice, Muriel Barbery, li tratta valgono da soli la lettura.
Renée – e di riflesso Paloma, la ragazzina infelice e geniale – si interrogano di continuo sul senso dell’esperienza umana al di là del suo sostrato animale-biologico: c’è veramente qualcosa di ulteriore rispetto a territorio, gerarchia, guerra, a ben vedere il dato nudo e crudo della condizione umana? Tutto il resto, e in ispecie le convenzioni sociali e la stessa cultura, non sono in ultima analisi orpelli utili solo ad abbellire la nostra animalità e ghirlande di fiori sparpagliate sull’abisso? Se tutto questo è vero, non può non ingenerarsi un fraintendimento di fondo – una diffusa patina di ipocrisia – sulla sostanza dei rapporti sociali: uguaglianza e democrazia sono solo parole vuote, quel che conta è la gerarchia, l’ordine sociale, e quindi che le portinaie e le ragazzine sfigate, e soprattutto i poveracci, stiano al loro posto, inchiodati al loro ruolo, alla classe e alla “razza” sociale cui appartengono. La ragazzina-filosofa scrive in uno dei suoi monologhi “abbiamo rinunciato all’incontro”: quel che vediamo nell’altro è sempre e solo il suo ruolo sociale, che è poi il nostro ruolo sociale; l’altro è solo il nostro riflesso e mai un altro concreto e in carne e ossa da incontrare.
Non c’è tuttavia solo seriosità e profondità in questo romanzo, ma molto sano e puro divertissement intellettuale. Cito in proposito due esempi. Il primo riguarda la reazione della protagonista di fronte alla fenomenologia husserliana: “Quando l’uomo ha un prurito da qualche parte, si gratta e ha coscienza del fatto che si sta grattando. Chiedetegli: che cosa stai facendo? E lui risponderà: mi gratto […] L’uomo, sapendo che si gratta e che ne è cosciente, ha forse per questo meno pruriti?”. Il secondo esempio riguarda la riflessione a proposito della contaminazione/omologazione culturale degli intellettuali dei nostri tempi: il professore di lettere classiche duro e puro che un tempo avrebbe ascoltato Bach, letto Marx o Mauriac o Flaubert, guardato film d’essai, e così via, oggi passa tranquillamente da Haendel all’hip-hop, da Visconti a Terminator, dagli hamburger al sushi senza soluzione di continuità…
C’è poi nel romanzo una progressiva inserzione di elementi e riferimenti alla cultura giapponese (magari un po’ à la page, ma la nippomanìa sembra non tramontare mai, e poi mi pare d’aver letto che la Barbery si sia di recente trasferita laggiù).
Che cosa resta, al di là di una conclusione piuttosto drammatica quanto a suo modo sbrigativa? Che forse, seppure non c’è un significato o un senso complessivo di tutte le cose (o, per altri versi, seppure la verità sia leopardianamente insostenibile) – ebbene, in ogni singola cosa, anche nella più piccola, persino in una camelia o nell’attimo di una nota musicale o in un haiku o in una tazza di té al gelsomino o nella sorpresa di un incontro, possono nascondersi la Bellezza e l’Eternità. Una sospensione, un altrove, un’uscita possibile, quanto paradossale, dalla disperazione: il sempre nel mai.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: